Comune di Bonate Sotto 

  Provincia di Bergamo

Regione Lombardia

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Cenni storici Basilica di S.Giulia

L'ara romana

Urna funeraria

Palazzo del comune

Chiesa sacro cuore

Palazzo Farina

Borgo medievale Mezzovate

Campanile parrocchiale

L'ex Chiesa di S.Giuliano

Tela S.Carlo Borromeo

Tela di S.Giorgio

1° quaderno

di storia locale

 

La basilica di

S.Giulia

2° quaderno

di storia locale

 

La chiesa di

S.Giorgio

Introduzione e sommario del quaderno (formato pdf  312KB) in vendita in biblioteca a € 5.50

Introduzione e sommario del quaderno (formato pdf 387 Kb) in vendita in biblioteca a € 5.50

Chiesa di S.Giulia - XII Sec.

3° quaderno "Bonate Sotto:il paesaggio costruito"

Chiesa di S.Giorgio

 

CENNI STORICI

Il nome Bonate Sotto deriva dall'appellativo di un proprietario Bonus, con l'aggiunta di sotto o inferiore. Il termine Bonate può però fare anche riferimento alla bontà del terreno coltivabile, cioè terrae bonae; il suffisso at, comune a molti nomi di località lombarde, è di origine ligure-celtico, ed ha quindi resistito alla colonizzazione romana e della lingua latina. Il paese si trova all'interno dell'area denominata Isola in quanto delimitata dai fiumi Adda a ovest e Brembo a est. Il suo territorio è bagnato su tutto il confine orientale dal fiume Brembo, mentre da nord a sud è percorso dai torrenti Lesina e Dordo. La superficie del comune è posta a una quota media di circa 215/20 mt sul livello del mare; ha una conformazione pressochè pianeggiante tranne che per alcune depressioni naturali causate dall'erosione del Brembo e della Lesina. Il terrazzo anticamente già abitato, chiuso tra Brembo e Lesina, su cui sorge la chiesa di Santa Giulia, è in stretta connessione col passaggio del Brembo che qui si allarga in un ampio alveo adatto al guado. A tali favorevoli condizioni si deve probabilmente la lunga frequentazione della stretta lingua di terra di Santa Giulia, dove, oltre a presenze preistoriche e romane, sono rilevabili imponenti e suggestivi ruderi di un insediamento longobardo.

L'ARA  ROMANA

Bonate Sotto, posto a Sud del ben conservato cardine centuriale Mapello-Bonate Sopra - Bonate Sotto, restituì nel secolo scorso due epigrafi, ambedue di notevole interesse, l'una perché relativa a un edificio sacro, l'altra perché connessa a una sepoltura, e perciò topograficamente ubicabile.

 

La prima lapide fu scavata sotto la casa del parroco nel centro di Bonate nel XVIII secolo; conservata per qualche tempo presso la casa di Pietro Mazzoleni in Bergamo, passò poi al Museo Archeologico, dove è tuttora esposta.

 

Si tratta di un'ara sacra del I-II sec. d.C. nella quale si commemora la dedica di una statua e di un tempio, da parte di M. Vettienus Marcellus, ad una divinità che, malgrado la difficoltà di lettura della prima riga dell'iscrizione, è identificabile con Silvano:

 

(silvano)

 signum  

et AEDEM pro BENE adorato numine

M(arcus) vettienus marcellus

votum SOLV(it)

L(ibens) M (erito)

Ara sacra romana a Silvano in cui si menziona la donazione di una statua e di un edificio sacro al dio Conservata nel Civico Museo Archeologico di Bergamo

L'URNA FUNERARIA

Se l'ubicazione del rinvenimento coincide con l'ubicazione originaria dell'ara e quindi del relativo edificio sacro, dobbiamo pensare all'esistenza, nel luogo in cui sorse in seguito la chiesa parrocchiale, di un edificio di culto a Silvano, divinità campestre che, per assimilazione ad un'antica divinità dei boschi di tradizione preromana, fu particolarmente venerata nella Gallia transalpina e subalpina. Questa di Bonate è tuttavia dedicata da un cittadino romano dotato dei tria nomina.

Nei pressi della chiesa romanica di S. Giulia esisteva, in età tardo - romana, un'area sepolcrale.

Lo attesta una piccola urna con epigrafe rinvenuta — narra il Maironi da Ponte nel suo Odeporico — scavando nei pressi della chiesa e successivamente sistemata su un capitello dell'edificio, dove tuttora si conserva.

 

L'urna in marmo, recante un motivo di pelta inciso su uno dei lati a vista, conteneva le ceneri e frustoli d'ossa avvolte in una stoffa intessuta con fili d'oro conservatisi e osservati dagli scopritori.

La sepoltura era di una bambina di undici anni di nome Tiziana, come recita l'epigrafe:

 

romanae titianae quae VIXIT ANN(os) XI M(enses) VI D(ies) XII

Urna funeraria

       

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BASILICA DI SANTA GIULIA

Importante insediamento religioso del periodo romanico, di cui sono ancora oscure le origini. Su questa chiesa esistono notizie leggendarie; secondo una tradizione favolosa se ne attribuiva le origini della costruzione alla regina Teodolinda (615-29). Numerosi studiosi fanno però risalire una prima costruzione al periodo longobardo, probabilmente nei secoli VII-VIII. La chiesa fu integralmente rifatta in età romanica, forse tra i secoli XI e XII.

Il primo documento in cui viene citata è del 1124; in un documento di vendita di quattordici pezze di terra, si dice che la settima di esse confinava "a montibus sancta Julia". La chiesa è nuovamente citata in una bolla di papa Onorio II nel 1129, intervenuto per risolvere direttamente una controversia su questa chiesa  tra il vescovo di Bergamo e i canonici di Sant'Alessandro.

In origine era una basilica era una basilica a tre navate con tre absidi e cinque campate. Malgrado la sua bellezza iniziale, subì un progressivo e inesorabile degrado. Già nel 1550 il vescovo Soranzo rimase stupito davanti alla bellezza sia pure di quello che restava di questa chiesa; dalla relazione della Visita pastorale di quell'anno si legge che il vescovo "si portò in seguito alla chiesa di Santa Giulia entro i confini della stessa parrocchia presso il fiume Brembo ed entrò. Questa chiesa gli sembrò di ammirevole antichità e molto artistica e che era stata di bellissima struttura, costruita con pietre squadrate, ma ormai indecorosa a causa della rovina. Era molto ampia e bella, si innalzava con diversi tipi di colonne e di archi. È distrutta per la metà, del tutto verso l'alto, eccetto la cappella centrale che è a volta e le collaterali che sono pure a volta. In esse vi è un altare con tre lati rivolti verso chi guarda. [...] ed è da dolersi il fatto che un così bel edificio fatto dagli antichi con ammirevole devozione e pietà, ai nostri tempi sia pieno di cespugli e di spine".

Nettamente negativa fu invece la valutazione fatta dall'arcivescovo di Milano Carlo Borromeo che, visitandola e trovandola diruta, ne decretava la totale demolizione dalle fondamenta, per erigere sul posto una croce, secondo quanto prescritto dal Concilio di Trento (conclusosi nel 1563), con conseguente riutilizzo del materiale per la manutenzione, ampliamento, abbellimento della chiesa parrocchiale di San Giorgio. Fortunatamente non si seguì il consiglio di San Carlo Borromeo, ma l'operazione di riutilizzo del materiale di costruzione per la nuova parrocchiale, verrà effettivamente intrapresa nel 1756.

Nel 1770 la costruzione subì il primo intervento da radicale restauro, in quanto essa fu adattata a uso cimiteriale, così come al presente la vediamo. Dell'antica costruzione romanica, oggi rimangono le tre absidi, la prima campata e una parte del muro perimetrale; la zona presbiteriale è adibita a cappella, la restante a cimitero. L'elegante zona triabsidale esterna è composta da esili colonne collegate tra loro dal motivo tipico del Romanico lombardo della serie di archetti pensili. Gli archetti, eseguiti in mattone, poggiano su delle mensole in pietra; la superficie sopra le finestre delle absidi minori è impreziosita dall'inserimento di una coppia di testine umane. La decorazione scultorea interna interessa in modo particolare i capitelli; essi sono diverse tra loro e seguono vari stili. Murata sopra una semicolonna c'è un'urna funeraria romana (forse del III-IV secolo) di marmo bianco (ritrovata nei campi vicini in epoca passata) che ricorda la sepoltura di una bambina prematuramente scomparsa in tenera età. Importanti documenti storici sono anche le lapidi e le iscrizioni conservate al suo interno; essi ricordano quelle autorità religiose e civiche che dall'Ottocento hanno dato un contributo spirituale e civile a favore degli abitanti.L'attuale decorazione pittorica absidale (recentemente restaurata da Moretti) fu eseguita nel 1795 dai fratelli ticinesi Vincenzo Angelo e Baldassarre Orelli. In essa sono raffigurati Santa Giulia (la santa titolare della chiesa) e i santi protettori della comunità bonatese (tra cui Sebastiano, patrono civico di Bonate Sotto).


- Crocifissione con i santi Giorgio e Giulia, angeli e anime purganti, catino abside centrale
- San Rocco, abside sinistra
Nella parte bassa dell'affresco si può leggere, con difficoltà, la scritta: "Opera Fatta Dalli Fratelli Orelli Vincenzo Angelo e Bald.sare nel 1795".
- San Sebastiano, abside destra
 

Al di sotto dell'affresco, al limite esterno del catino, si riscontrano tracce di un dipinto di un rosso scuro e verde, che maggiormente si evidenziano togliendo la calce (forse utilizzata per coprire le pareti interne al termine di una pestilenza per le sue supposte proprietà disinfettanti). Molto probabilmente testimonia la presenza nella parte absidale di affreschi anteriori al Cinquecento (durante questo secolo la chiesa era già diroccata).
 

Nel 1887 fu realizzato il campaniletto posto sulla parte sinistra del tetto. Durante i restauri (conclusi nel 1991) è stato però demolito in quanto non in linea artistica con le strutture architettoniche romaniche della chiesa. Nella cella campanaria era situata la Campana di Santa Giulia. Essa è in bronzo, ha un diametro di 56 cm, e un'altezza di 60. In rilievo sulla prima fascia in alto si trova l'iscrizione: "S. JULIA ORA PRONOBIS"; sotto, nella parte centrale, vi un'altra fascia con motivi floreali. Le figure in rilievo sono distribuite su quattro parti: - Santa Giulia con la palma del martirio, e sotto l'iscrizione "ANT. MONZANI 1887"
- Fanciullo con l'angelo custode
L'angelo indica, con la mano destra, il cielo; al di sotto della raffigurazione vi è un motivo floreale a forma di cespuglio.
- San Rocco col bastone e il cane, e sotto Cristo crocifisso
- Sant'Anna e Maria fanciulla
Maria siede a fianco della madre; sopra il capo della giovane Maria si trova la colomba dello Spirito Santo; al di sotto del rilievo un motivo floreale a forma di cespuglio.

 

Questo edificio sacro riveste una grande importanza nella storia e nella vita della comunità; ad essa sono legate ricordi di sofferenze e di morte, di diverse generazioni di bonatesi, non solo perchè nelle adiacenze sono sorti vari cimiteri comunali, ma perchè nel suo interno furono sepolte centinaia di bonatesi morti durante la peste del 1630, per cui al culto a Santa Giulia, titolare della basilica, è abbinato al culto e al ricordo dei morti.
 

 

 

ALTRE FOTO E NOTIZIE IN http://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_Santa_Giulia

Absidi

Capitelli

Catino abside centrale

Catino abside destra

Catino abside sinistra

lato ovest

       

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L'ex Chiesa di San Giuliano

In epoca longobarda venne fondato, nell’attuale via Villa, un Monastero benedettino femminile, spesso erroneamente chiamato di Santa Giulia per confusione con l'antica basilica avente questa denominazione. Al suo interno venne realizzata, nel corso del VIII secolo, la chiesa di San Giuliano; nel XII secolo verrà completamente ricostruita in forme romaniche. Le vicende del monastero si intrecciano con quelle politiche e territoriali della Bergamo medievale. La sua esistenza è documentata per la prima volta nel testamento redatto nel 774 dal nobile longobardo Taidone; esso fu donato, insieme con altre proprietà, alla Chiesa di Bergamo. Nel 1313 il complesso conventuale venne unito al Monastero di San Giorgio di Spino a Bergamo e successivamente a quello di Santa Maria Novella, pure di Bergamo, con cui finì per fondersi durante il Quattrocento. Da questa unione sorse in seguito il monastero di San Benedetto di Bergamo. Molti erano i possedimenti terrieri gestiti direttamente dal convento bonatese nel territorio locale fino al Settecento. La chiesa di San Giuliano, i fabbricati e i terreni furono di proprietà del monastero sino alla soppressione dei conventi e al passaggio alla Repubblica Cisalpina nel 1789. Dopo tale soppressione, la costruzione fu adibita a diversi usi; malgrado ciò, si è mantenuta integra l'intera zona presbiteriale e una parete laterale. Agli inizi del Novecento i resti del complesso vennero incorporati in un cascinale di proprietà privata.

 

DESCRIZIONE SINTETICA
Dell’intero monastero sono sopravvissuti solo una parte della zona absidale e parte della delimitazione perimetrale sinistra. La chiesa era ad impianto basilicale, probabilmente a tre navate, senza transetto. È possibile che le tre navate terminassero in tre absidi (una maggiore centrale e due minori laterali). Pochissimi sono per ora i dati certi relativi all’organizzazione spaziale interna; la creazione di nuove pareti e solai e la sua suddivisione in spazi minori, ne ha reso impossibile una sua lettura. L’involucro esterno, malgrado le gravi perdite e sostituzioni/integrazioni verificatesi nel tempo, è ancora abbastanza riconoscibile. Dell’absidiola superstite (o dell’unica abside se la chiesa era a navata unica) si può notare la presenza di pilastri polistili con capitelli originali, e una sequenza di archetti pensili, tipici del Romanico lombardo. Si tratta di elementi architettonici e decorativi di grande interesse storico-artistico. La targa ancora esistente sulla parete absidale data la chiesa all'VIII secolo; da recenti analisi stratigrafiche si è invece potuto appurare che essi appartengono alla ricostruzione effettuata nel XII secolo. Per quanto riguarda la delimitazione è possibile constatare la presenza di tracce dei contrafforti, mentre il tessuto murario portante è in pietra a spina di pesce. La sua datazione precoce e le sue origini altomedievali, ne fanno uno dei reperti archeologici più importanti del paese.
 

Appunti a cura del prof. Pierluigi Arsuffi, docente di Storia dell'Arte presso il Liceo Classico Weil, Treviglio (Bg)

L' ex Chiesa di San Giuliano

 

Nel mese di dicembre del 1998 l'Amministrazione Comunale ha incaricato l'Arch.Luca Gelmini per l'effettuazione di uno studio di fattibilità per la valorizzazione architettonica dell'ex Chiesa di San Giuliano e la riqualificazione del circostante contesto urbano.

Visualizza l'articolo sull'ex Chiesa di S.Giuliano pubblicato sul notiziario comunale dell'arch.Luca Gelmini

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 Palazzo del Comune

Costruito su progetto di Farina subito dopo l'Unità d'Italia (1861), venne ultimato nel 1862, e inaugurato nel 1863. In origine, sul fondo del vertice triangolare alla sommità della facciata, dove ora è dipinto lo stemma comunale, vi era dipinto lo stemma reale con l'iscrizione "Casa eretta ai bisogni del Comune nell'anno 1862 - Dedicata a Vittorio Emanuele II - Ottimo principe - Soldato intrepido - Monarca reale - Per la grazia di Dio e volontà della Nazione, re d'Italia". Esternamente mantiene la facciata neoclassica in stile neopalladiano. Inizialmente era sede degli Uffici comunali, della Guardia nazionale e delle Scuole elementari. È stato completamente restaurato e ristrutturato internamente nel 1968; nuovi lavori riguardanti interno e esterno furono realizzati nel 1984.

Visualizza l'immagine dello stemma del gonfalone e il testo del decreto di concessione.

 Chiesa parrocchiale del Sacro Cuore di Gesù

Chiesa progettata dall'architetto Virginio Muzio; alla sua morte (avvenuta nel 1904), il progetto iniziale venne ripreso e modificato dall’ingegner Elia Fornoni. Nel 1908 veniva posta la prima pietra. Le pietre usate per la costruzione furono prelevate dalle cave di Mapello. L’edificio fu ultimato e aperto al culto nel 1916, ma venne consacrato nel 1927 e dedicata al Sacro Cuore di Gesù.

ESTERNO
Si tratta di una gigantesca costruzione in stile neogotico (tipica espressione dell'architettura eclettica del primo Novecento italiano) a tre navate e breve transetto. La facciata è del tipo a salienti; è divisa in tre parti da pilastri terminanti in pinnacoli. La larghezza e l’altezza delle tre parti corrispondono, in termini dimensionali, alla larghezza e all’altezza delle tre navate interne. I tre portali sono tipicamente gotici, con archi a sesto acuto e brevi strombature. Al di sopra del portale centrale è presente il rosone. Malgrado l’edificio sia in stile gotico, le decorazioni sono ridotte al minimo; solo al di sotto del profilo superiore si sviluppa una sequenza di archetti pensili. Nel suo insieme l’esterno si presente compatto, sobrio e chiaramente leggibile. All’incrocio dei bracci della croce si innalza, al di sopra di un aereo tiburio ottagonale, la cupola.

INTERNO
La navata centrale è scandita da sei larghe campate. Lungo le pareti delle navate si affacciano cinque cappelle. Le navate laterali terminano in due ampie cappelle a pianta rettangolare. Il braccio maggiore dell’impianto a croce latina è coperto con volte a crociera poggianti su agili colonne in marmo di Verona e basamenti in botticino. All’incrocio tra la navata maggiore e il transetto si innalza un’alta cupola nei cui pennacchi sono i Quattro Evangelisti, affrescati da Servalli. L’area presbiteriale, divisa dal resto dell’interno da alcuni gradini, è estremamente sviluppata in profondità. Essa è stata ristrutturata nel 1970, con l'inserimento del nuovo altare e del nuovo ambone; ciò ha comportato lo spostamento del precedente altare nella Cappella della Madonna. Il coro in noce e acero con 19 medaglie intagliate da Coter fu terminato nel 1944, su disegno dell'ingegnere Fornoni (1936). L’interno presenta una illuminazione omogenea; la luce (che secondo la mentalità gotica allude alla presenza di Dio in terra) penetra da diverse fonti: dal rosone della facciata, dai tondi posti lungo la parti superiori della navata centrale e del transetto, dalle finestre a lancetta del tiburio, dal lanternino della cupola.


 

DECORAZIONE
La decorazione interna è composta dagli affreschi di Servalli (già citati) e Bertuletti (Battesimo di Gesù, 1950); le decorazioni murarie sono di Frana. Le vetrate sono opera dei fratelli Taragni (realizzate su disegni del pittore Longaretti); con il rosone, le due finestre dell'abside centrale (ora collocate nei due transetti) furono eseguite da una ditta di Torino, specializzata in vetrate artistiche legate a piombo e ottone con decorazioni fissate a fuoco. Il Pulpito in legno è del 1884; nella parte interna porta la scritta "Falegname e intagliatore Salvi Pietro di Almenno S. Bartolomeo, 1884". Il gruppo scultoreo de L'Addolorata col Cristo morto e San Giorgio di Critti, è del 1947. Ai lati del presbiterio c’è la sacrestia; essa conserva numerosi e importanti dipinti del Seicento, tra la tela San Carlo Borromeo in estasi, di autore ignoto.


Appunti a cura del prof. Pierluigi Arsuffi, docente di Storia dell'Arte presso il Liceo Classico Weil, Treviglio (Bg)
 

Fra le varie note informative attinenti ad argomenti di natura storico-culturale locale, penso possa risultare di qualche utilità un accenno, per grandi linee, all’Organo a Canne presente nella Chiesa Parrocchiale del Sacro Cuore di Gesù.

 Il testo elaborato personalmente si rifà ad una esperienza diretta dello strumento, nonché ad una decennale esperienza acquisita dall’Arte Organaria in generale.

 Federico Gianola        Leggi il testo

 

       

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San Carlo Borromeo in estasi

È la pala d'altare che originariamente era collocata in San Giorgio; ora è conservata presso la sacrestia della Chiesa Parrocchiale. Raffigura l'arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, in ginocchio in atteggiamento di estasi tra due santi. In basso a destra è raffigurato un uomo in preghiera, probabilmente il committente. La pala, sebbene priva di attribuzione, rappresenta uno dei più interessanti prodotti anonimi dell’arte sacra del Seicento bergamasco, sia per qualità pittorica che per implicazioni sociali. L'elemento più caratterizzante è il veristico ritratto del devoto, costruito con esattezza naturalistica e sicurezza di presentazione.

     

COLLOCAZIONE ORIGINARIA

In origine questa tela era collocata sopra il terzo altare di sinistra, dedicato proprio a san Carlo. Ancora oggi, in questa posizione, è murata una lapide in marmo nero datata 1618, antecedente quindi alla fondazione della chiesa stessa. Essa riporta un'iscrizione in latino così traducibile: "A Pietro Faidetti di Bonate Sotto [Bonati Inferioris] - Diocesi di Bergamo - Benemerito verso i suoi cittadini fin da quando visse a Roma - Tornato finalmente in patria dotò a proprie spese un altare per la celebrazione di una messa quotidiana, destinò una casa per la pubblica istruzione dei ragazzi, eresse un nuovo altare a San Carlo - la Patria memore dei singolari benefici dedica questo perpetuo monumento - Anno del Signore 1618". L’altare, e di conseguenza anche la pala, fu costruito proprio a spese di Faidetti. La presenza del dipinto è citata anche nei documenti relativi alla visita pastorale del 1659; in questa occasione si dichiara che l’Altare di san Carlo (nel frattempo ridedicato alla Vergine del Rosario) è stato "fatto fabbricare, et ornare di stucco, e parati dal q.Sig.r Pietro Faideto con una ancona di noce quattro candelieri con la sua croce d’ottone et scudi dieci entrata per mantenere una messa come si può vedere nel libro di questa Comunità".

 

SOGGETTO

Il personaggio principale del dipinto è Carlo Borromeo in ginocchio, in atteggiamento di estasi. Il santo a sinistra, raffigurato mentre bacia il crocifisso, con il saio francescano, è quasi sicuramente san Francesco d'Assisi. A destra è una santa dalle vesti eleganti e la testa incoronata, probabilmente Caterina d'Alessandria; mentre nella mano destra tiene la palma del martirio, con l'altra raccoglie il drappeggio entro cui si intravedono un libro, uno scettro e parte di una ruota uncinata, strumento del suo martirio. Nel cielo aperto della parte superiore, dal quale esce un raggio di luce, sono posti angeli seduti sulle nubi. In basso a destra è raffigurato un uomo a mani giunte con barba e baffi, in abbigliamento del primo Seicento. Come era uso nella pittura della Controriforma del tardo Cinquecento, il donatore veniva effigiato nel dipinto stesso. Proprio per questo motivo è possibile che si tratti del ritratto del committente Pietro Faidetti.

 
     

COMMITTENTE

Dalle fonti originali è quasi certo si tratti di Pietro Faidetti. L’uomo, bonatese, si era trasferito a Roma, non si sa con certezza per quali motivazioni. È probabile che fosse un mercante. Lontano da casa, non si dimenticò mai della sua terra, della sua comunità e della chiesa di Bonate Sotto. Il lascito da lui fatto con il testamento prese la denominazione di "legato Faidetti"; è un legato cosiddetto di beneficenza perchè la volontà del testatore univa le sue richieste di beni spirituali a quelle del bene verso gli altri. Il testamento fu redatto a Roma, sotto la data del 7 maggio 1623 presso il notaio Amedeo Petrucci. Non è pervenuto il testo o la copia dell'originale, ma, da scritti e note riguardanti l'amministrazione del patrimonio lasciato e dai versi riportati nella lapide, si può ricostruire quali furono gli intendimenti con i quali fece testamento. Per lui erano importanti non tanto la costruzione dell'Altare a san Carlo e la celebrazione delle messe, quanto l'insegnamento della dottrina cattolica, la fondazione di una scuola per i ragazzi del suo paese e la dotazione annua di una somma di denaro da destinare a quattro ragazze per il loro matrimonio. Nella tela il Faidetti è raffigurato a mani giunte con barba e baffi, mentre si rivolge verso l’osservatore. Del personaggi, più che la ricchezza esteriore, l’artista sembra voler cogliere la verità umana, il carattere, lo stato d'animo, la condizione sociale. Il ritratto rappresenta anche un notevole documento circa l’abbigliamento della società mercantile e borghese della Bergamo del primo Seicento. Per qualità artistica e, soprattutto, per introspezione psicologica, questo volto è degno della ritrattistica della migliore tradizione bergamasca da Lotto, a Moroni fino al Ceresa.

     

SAN CARLO BORROMEO

Carlo Borromeo (nato ad Arona nel 1538 e morto a Milano nel 1584) è considerato come un secondo sant'Ambrogio per il fervido apostolato svolto nella Diocesi di Milano. È uno dei santi più importanti della storia della Chiesa e una delle figure chiave della Controriforma. Membro di nobile famiglia, già nel 1560 ottenne la nomina a cardinale segretario di Stato e arcivescovo di Milano dallo zio, papa Pio IV, di cui fu il principale collaboratore nel Concilio tridentino, che egli stesso contribuì in modo determinante a portare a termine, provvedendo poi a rendere esecutive le sue deliberazioni. Proclamato vescovo a soli 25 anni, condusse un'esistenza dedita allo studio, alla penitenza, alla preghiera e ai digiuni, ottenendo la cattedra vescovile di Milano nel 1565 Il suo influsso sulla pietà controriformistica fu notevole. Applicò la Controriforma, curando il rinnovamento dei costumi all'interno della Chiesa e venendo in conflitto con il Governatorato spagnolo per la difesa dei diritti ecclesiastici. Scese in lotta, spesso violenta, contro il Protestantesimo della Svizzera ticinese, avvalendosi soprattutto dell'aiuto degli Ordini religiosi, in particolar modo di quello gesuita. Si propose di risollevare drasticamente il livello della moralità di chierici e laici, organizzando seminari per formare i sacerdoti. Fu proprio lui ad insistere affinché il papa attuasse severamente i decreti e le disposizioni del Concilio di Trento.Esemplari la dedizione e il coraggio di cui diede prova durante il drammatico momento della peste del 1576-77.

San Carlo Borromeo

Debilitato nel fisico (per anni si nutrì solo di pane ed acqua), si spense a soli 46 anni, pronunciando queste ultime parole "Guarda, Signore: sto arrivando!". Beatificato a pochi anni dalla morte, è stato canonizzato da Paolo V nel 1610. In campo artistico lo si riconosce da vari attributi iconografici quali l'abito vescovile o cardinalizio, la croce, il frustino o il teschio, che alludono alle sue pratiche di penitenza e meditazione; per quanto riguarda il viso lo si riconosce per il viso spigoloso ed il naso prominente. La sua figura, sintesi mirabile del vescovo pastore della sua diocesi, ebbe una diffusione capillare in particolare nell'arte lombarda durante il Seicento, quando divenne quasi simbolo vero e proprio della gerarchia ecclesiastica e del suo ruolo di mediatrice della salvezza.

SAN FRANCESCO

San Francesco è raffigurato mentre stringe a sé la croce. Nella sua predicazione era solito evocare ai fedeli le sofferenze del Dio uomo. Spesso ricordava ai compagni come la preghiera dovesse essere una meditazione sulla passione di Gesù e li invitava a pregare davanti al Crocifisso, che ne era il simbolo. Addirittura consigliava ai suoi compagni di sostituire i libri ecclesiastici con l'immagine di Gesù in croce, nel momento dell’agonia, e di osservarlo attentamente per stabilire con lui una concordanza affettiva e partecipare così più intensamente all'atto della preghiera. Nel Medioevo, la contemplazione dell’immagine di Cristo crocifisso, più che la descrizione evangelica, era capace di suscitare emozioni e sentimenti in modo più diretto e intenso. San Francesco è solitamente riconoscibile anche per altri attributi iconografi, quali le stigmate, o il saio che indossa, stretto da una cintura a tre nodi, simbolo dei voti di povertà, castità e obbedienza.

San Francesco

SANTA CATERINA

La donna a destra di san Carlo Borromeo è probabilmente Caterina d'Alessandria. Le vesti eleganti e la corona sul capo indicano le sue origini principesche. Si tratta infatti della figlia del re Costo, morta nel 307. Tra gli episodi della sua vita si trova la conversione dei filosofi; ella, infatti, riuscì a tener testa alle argomentazioni teologiche dei 15 filosofi pagani dell’imperatore Massenzio (che nel 312 verrà eliminato da Costantino); per questo motivo la santa è considerata patrona della cultura e della sapienza (da cui l’attributo iconografico del libro che tiene sotto il braccio). Altro episodio molto importante della sua vita è stato il matrimonio mistico con Cristo; pregando la Vergine, Caterina ne vide l'apparizione e ottenne da Gesù (rappresentato Bambino o a volte anche adulto) il consenso alle nozze mistiche con lui. L’iconografia, molto diffusa nel tardo Medioevo, vedeva la Santa inginocchiata davanti alla Madonna col Bambino che le porge l'anello nuziale. L’anello che porta all’anulare della mano sinistra si riferisce proprio a questo suo matrimonio mistico. La ruota uncinata che si intravede sul bordo destro della tela, è lo strumento con cui subì il martirio (a cui allude la palma che tiene nella destra) per non aver abiurato il Cristianesimo.

Santa Caterina

INQUADRAMENTO STORICO/ARTISTICO

Al termine del Concilio di Trento (1563) vennero promulgati vari Decreti in materia di verità teologiche dottrinarie. Ve ne furono alcuni che trattavano specificamente il ruolo delle immagini sacre, a cui si attribuiva una fondamentale importanza in termini di propaganda della religione cattolica e di rilancio dell'autorità della Chiesa di Roma, dopo il grave trauma dello scisma protestante. Furono fissate regole e tipologie per le immagini di culto in grado di suscitare un forte senso di devozione nei confronti dei santi. L’ignoto autore di questa tela si rifà allo schema della Sacra conversazione con devoto, elaborato da Moroni verso la metà del Cinquecento. La produzione di pale sacre venne notevolmente accentuata, nella Bergamasca, proprio a partire dagli anni Settanta del Cinquecento, nel quadro della riorganizzazione della Diocesi bergamasca in vista della Visita apostolica di Carlo Borromeo (1575). Questa tipologia, che in precedenza godette di scarsa popolarità, venne dichiarata "decentes" da Carlo Borromeo durante questa visita pastorale; ciò ne assicurò la fortuna lungo tutto il Seicento. L'ignoto autore di questo dipinto, cattolico fervente, attuò alla lettera le disposizioni conciliari che proprio Carlo Borromeo si era impegnato a far conoscere in Lombardia. Seguendo questi rigorosi dettami, creò questa tipica pala sacra dal carattere didattico-educativo e in grado di coinvolgere emotivamente e visivamente il fedele. Seguendo quel modello ha elaborato la composizione su due piani, diversi concettualmente e cronologicamente: il primo, contemporaneo, rappresentato dal personaggio in preghiera; il secondo, fuori del tempo, rappresentato dalla scena sacra, che viene ad essere come la visualizzazione dei pensieri del devoto. Il fedele, nel momento in cui osserva il dipinto, è come invitato a rivolgere verso l'alto il proprio sguardo, dove è presente la scena che in quel momento è vissuta interiormente dal committente in preghiera. È quindi uno schema che presuppone una precisa concezione della religione, del rapporto (tutto mentale) che si stabilisce tra il fedele e il soggetto sacro (così come raccomandato anche nelle meditazioni ascetiche, negli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio da Loyola). In questo modo l’aspetto spirituale eleva il devoto ad un atto di venerazione verso la figura principale rappresentata.

 

COMPOSIZIONE

Anche questo dipinto, come molti altri realizzati in questi primi decenni del Seicento nelle vallate orobiche e nella bassa Bergamasca, è un tipico esempio di quel rigorismo religioso che esclude programmaticamente dalla rappresentazione sacra qualunque spunto profanamente piacevole, per aiutare la concentrazione del fedele sui temi fondamentali di una religione evangelica (la povertà, l’estasi, il dolore, il martirio). È quindi un quadro in cui viene visualizzato quell'ideale di devozione e di culto che san Carlo Borromeo proponeva. Tra le varie disposizioni indicate dalla Chiesa, il dipinto riprende quelle inerenti il culto dei santi (san Francesco d’Assisi è uno dei santi più prestigiosi del Cattolicesimo) e dei martiri (con allusione ai rischi della predicazione tra gli infedeli). In osservanza alle disposizioni conciliari, l’autore, per meglio comunicare al fedele gli aspetti devozionali e didattici, ha adottato i criteri della chiarezza, della semplicità e della compostezza decorativa. La scena è tutta giocata sul legame devozionale che unisce i protagonisti, visti nella piena e umile verità del povero saio francescano, e san Carlo (in realtà immobilizzato in un'iconografia piuttosto stereotipata). Oltre all’estasi di san Carlo, sono edificanti anche gli esempi di virtù cristiane comunicati da san Francesco (che ha abbandonato ogni ricchezza materiale per l’aiuto del prossimo) e di santa Caterina (martirizzata per difendere la propria fede). Il decoro delle immagini imponeva che i personaggi e le storie in esse raffigurate fossero rispettose del luogo sacro in cui venivano esposte, rinunciando perciò ad ogni atteggiamento, espressione, costume o posa che potessero apparire non decenti o contrarie alla morale cristiana (ciò e visibile nell’austero costume indossato dal Faidetti). L'importanza assegnata al committente ha precise implicazioni simboliche: intende sottolineare l'importanza della meditazione interiore, del distacco dalle cose terrene, della severità dei costumi. La parte più apprezzabile del dipinto è quella relativa ai notevoli accenti realistici nella definizione del personaggio in primo piano, in cui l’artista ha mostrato le sue capacità di penetrare nell’animo umano. Posto di tre quarti, egli guarda bonariamente dritto negli occhi del fedele; il suo gesto è un chiaro invito di partecipazione alla preghiera e di meditazione nei confronti di ciò che è rappresentato alle sue spalle. Nello sfondo, posto su un piano rialzato rispetto a quello del devoto, è raffigurata l’estasi del santo. L'avvenimento sacro è ambientato in un malinconico sfondo paesistico tipicamente lombardo (su cui sembra gravare l'arrivo della pioggia). Lo sfondo è costituito da montagne, case, alberi che fanno da cassa di risonanza al patetismo dell'evento sacro. In alto al centro, secondo una tipologia che scende da Raffaello a gran parte della pittura sacra del Seicento, il cielo si apre facendo scendere sulla terra la luce divina. Dal punto di vista cromatico sono state usate gamme di colore piuttosto cupe. L’intera composizione ruota attorno a san Carlo, posto nel centro percettivo del dipinto. La sua presenza è ulteriormente richiamata dall’ampio manto rosso sericamente specchiante, da cui emerge il volto pallido e magro (del tutto simile a quelli realizzati pochi anni primi a Milano dal Cerano nei Fatti della vita del Beato Carlo, 1602-04, e nei Miracoli di san Carlo, 1610ca; ne La cena di san Carlo di Crespi; nel San Carlo Borromeo comunica gli appestati, 1616, di Tanzio da Varallo, a conferma delle profonde conoscenze nell’ambito della Controriforma lombarda dell’ignoto artista). La candida e sottile veste sottostante serve a dar luce e ad accentuare ulteriormente il rosso del mantello superiore. Sebbene di alta qualità pittorica, il dipinto ripete però una formula austera e composta, senza enfasi o mania di grandezza, ormai convenzionale e fredda, dove pietismo e devozione hanno, dal tardo Manierismo in poi, soffocato la fantasia creatrice degli artisti, e posto in una posizione di retroguardia la cultura artistica italiana.

Descrizione a cura di Pierluigi Arsuffi, docente di Storia dell'Arte presso il Liceo Classico Weil di Treviglio Bg

 
       

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Palazzo Farina

Edificio posto in via Villa costruito verso la fine del Settecento. Al suo interno contiene lo studio di Giovanni Carnovali detto il Piccio (1804-1883), celebre pittore lombardo dell'Ottocento, che fu spesso ospite dell'allora sindaco Daniele Farina. Sulla facciata in via Villa, vi è murata una lapide in marmo bianco che ricorda la permanenza in questa casa del pittore. La lapide riporta la scritta:
GIOVANNI CARNOVALI
DETTO IL PICCIO
PITTORE INSIGNE DELL'OTTOCENTO
TRASSE ISPIRAZIONE AI SOGLI D'ARTE
CHE GLI DIEDERO FAMA
NELLA PACE AGRESTE DI QUESTA CASA
A LUI APERTA QUALE OSPITALE DIMORA
DALL'AMICO E MECENATE DANIELE FARINA

 

 

Borgo medievale di Mezzovate

Nucleo dalle origini medievali composto da tori e case rurali, posto tra le vie Mezzovate e San Lorenzo. I rustici hanno la tipica muratura a spina pesce regolare e massiccia. Il termine Mezzovate, deriva probabilmente dal latino mitius (da cui deriva il termine dialettale méss, cioè fradicio), allusivo a un terreno molle, e dal suffisso at. Dalla fusione mitius-at, si è ottenuto, italianizzando il termine, Mezzovate.
L'antichissima frazione è già citata in un documento del 1114 e in uno del 1124. Sono visibili resti ben conservati di una torre medievale.

 

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Campanile Parrocchiale

Il Campanile parrocchiale (che sorge all'angolo tra via Santa Giulia e via Trento) è una delle strutture più elevate dell'Isola. Di esso non si conosce con esattezza l'anno di inizio dei lavori (forse 1745), ma si sa che fu eretto col materiale sottratto alla chiesa di Santa Giulia e da altri palazzi in demolizione (sul lato opposto alla piazza è infatti murata una pietra con una scritta in latino proveniente da un edificio privato); la lunetta che si trova sopra la porta di accesso al campanile, è addirittura opera di uno scultore medievale (forse proveniente da Santa Giulia). La decisione di una nuova costruzione fu dettata probabilmente dalle cattive condizioni della vecchia torre, o anche da tensioni campanilistiche coi paesi limitrofi. Probabilmente non fu realizzato dalle fondamenta, ma ingrandendo e inglobando un precedente campanile più piccolo. Da un registro censuario del 1812 e da una delle tele conservate in San Giorgio, è possibile affermare che prima del 1815 esisteva già a Bonate una torre campanaria. L'attuale costruzione fu ultimata nel 1815 (come testimonia una incisione sulla fascia di pietra collocata alla base della cella campanaria, tra due anfore, visibile anche ad occhio nudo dalla piazza Duca d'Aosta). La documentazione del tempo conferma inoltre che la costruzione avvenne con materiale asportato dalla chiesa di Santa Giulia: le pietre squadrate della chiesa, unite alle disastrose condizioni dell'edificio di culto, furono ragioni sufficienti per soddisfare il desiderio di avere un nuovo campanile. Nel 1843 fu sopraelevato con la caratteristica cuspide in pietra a forma di guglia su progetto dell'ingegnere Farina. Nella cella campanaria furono collocate inizialmente cinque campane; la più grossa (dal peso di 1750 kg) fu rifusa nel 1912; durante la II Guerra mondiale due campane furono requisite; le attuali otto campane furono installate nel 1953. La campana principale, la numero 8 detta il campanone, pesa 3200 kg ed è dedicata al Sacro Cuore di Gesù; la numero 1 è dedicata agli Angeli custodi, la 2 ai santi Rocco e Sebastiano, la 3 alle sante Giulia e Agnese, la 4 ai santi Giuseppe e Luigi, la 5 ai Caduti in guerra, la 6 a san Giorgio, la 7 alla Madonna.

Campanile parrocchiale

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