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CENNI
STORICI |
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Il nome Bonate Sotto deriva
dall'appellativo di un proprietario Bonus, con l'aggiunta di sotto o
inferiore. Il termine Bonate può però fare anche riferimento alla
bontà del terreno coltivabile, cioè terrae bonae; il suffisso at,
comune a molti nomi di località lombarde, è di origine
ligure-celtico, ed ha quindi resistito alla colonizzazione romana e
della lingua latina. Il paese si trova all'interno dell'area
denominata Isola in quanto delimitata dai fiumi Adda a ovest e
Brembo a est. Il suo territorio è bagnato su tutto il confine
orientale dal fiume Brembo, mentre da nord a sud è percorso dai
torrenti Lesina e Dordo. La superficie del comune è posta a una
quota media di circa 215/20 mt sul livello del mare; ha una
conformazione pressochè pianeggiante tranne che per alcune
depressioni naturali causate dall'erosione del Brembo e della
Lesina. Il terrazzo anticamente già abitato, chiuso tra Brembo e
Lesina, su cui sorge la chiesa di Santa Giulia, è in stretta
connessione col passaggio del Brembo che qui si allarga in un ampio
alveo adatto al guado. A tali favorevoli condizioni si deve
probabilmente la lunga frequentazione della stretta lingua di terra
di Santa Giulia, dove, oltre a presenze preistoriche e romane, sono
rilevabili imponenti e suggestivi ruderi di un insediamento
longobardo. |
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L'ARA
ROMANA |
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Bonate Sotto, posto a Sud del ben
conservato cardine centuriale Mapello-Bonate Sopra - Bonate Sotto,
restituì nel secolo scorso due epigrafi, ambedue di notevole
interesse, l'una perché relativa a un edificio sacro, l'altra perché
connessa a una sepoltura, e perciò topograficamente
ubicabile.
La prima lapide fu scavata sotto la casa
del parroco nel centro di Bonate nel XVIII secolo; conservata per
qualche tempo presso la casa di Pietro Mazzoleni in Bergamo, passò
poi al Museo Archeologico, dove è tuttora esposta.
Si tratta di un'ara sacra del I-II sec.
d.C. nella quale si commemora la dedica di una statua e di un
tempio, da parte di M. Vettienus Marcellus, ad una divinità
che, malgrado la difficoltà di lettura della prima riga
dell'iscrizione, è identificabile con Silvano:
(silvano)
signum
et AEDEM pro BENE adorato numine
M(arcus) vettienus
marcellus
votum SOLV(it)
L(ibens) M
(erito) |
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Ara sacra romana a Silvano in cui si menziona la donazione di
una statua e di un edificio sacro al dio Conservata nel Civico Museo
Archeologico di Bergamo |
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L'URNA
FUNERARIA |
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Se l'ubicazione del rinvenimento coincide
con l'ubicazione originaria dell'ara e quindi del relativo edificio
sacro, dobbiamo pensare all'esistenza, nel luogo in cui sorse in
seguito la chiesa parrocchiale, di un edificio di culto a Silvano,
divinità campestre che, per assimilazione ad un'antica divinità dei
boschi di tradizione preromana, fu particolarmente venerata nella
Gallia transalpina e subalpina. Questa di Bonate è tuttavia dedicata
da un cittadino romano dotato dei tria
nomina.
Nei pressi della chiesa romanica di S.
Giulia esisteva, in età tardo - romana, un'area
sepolcrale.
Lo attesta una piccola urna con epigrafe
rinvenuta — narra il Maironi da Ponte nel suo Odeporico —
scavando nei pressi della chiesa e successivamente sistemata su un
capitello dell'edificio, dove tuttora si conserva.
L'urna in marmo, recante un motivo di
pelta inciso su uno dei lati a vista, conteneva le ceneri e
frustoli d'ossa avvolte in una stoffa intessuta con fili d'oro
conservatisi e osservati dagli scopritori.
La sepoltura era di una bambina di undici
anni di nome Tiziana, come recita l'epigrafe:
romanae titianae quae VIXIT ANN(os) XI M(enses) VI D(ies) XII |
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Urna funeraria |
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BASILICA DI
SANTA GIULIA |
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Importante
insediamento religioso del periodo romanico, di cui sono ancora
oscure le origini. Su questa chiesa esistono notizie leggendarie;
secondo una tradizione favolosa se ne attribuiva le origini della
costruzione alla regina Teodolinda (615-29). Numerosi studiosi fanno
però risalire una prima costruzione al periodo longobardo,
probabilmente nei secoli VII-VIII. La chiesa fu integralmente
rifatta in età romanica, forse tra i secoli XI e XII.
Il
primo documento in cui viene citata è del 1124; in un documento di
vendita di quattordici pezze di terra, si dice che la settima di
esse confinava "a montibus sancta Julia". La chiesa è
nuovamente citata in una bolla di papa Onorio II nel 1129,
intervenuto per risolvere direttamente una controversia su questa
chiesa tra il vescovo di Bergamo e i canonici di
Sant'Alessandro.
In
origine era una basilica era una basilica a tre navate con tre
absidi e cinque campate. Malgrado la sua bellezza iniziale, subì un
progressivo e inesorabile degrado. Già nel 1550 il vescovo Soranzo
rimase stupito davanti alla bellezza sia pure di quello che restava
di questa chiesa; dalla relazione della Visita pastorale di
quell'anno si legge che il vescovo "si portò in seguito alla
chiesa di Santa Giulia entro i confini della stessa parrocchia
presso il fiume Brembo ed entrò. Questa chiesa gli sembrò di
ammirevole antichità e molto artistica e che era stata di bellissima
struttura, costruita con pietre squadrate, ma ormai indecorosa a
causa della rovina. Era molto ampia e bella, si innalzava con
diversi tipi di colonne e di archi. È distrutta per la metà, del
tutto verso l'alto, eccetto la cappella centrale che è a volta e le
collaterali che sono pure a volta. In esse vi è un altare con tre
lati rivolti verso chi guarda. [...] ed è da dolersi il fatto
che un così bel edificio fatto dagli antichi con ammirevole
devozione e pietà, ai nostri tempi sia pieno di cespugli e di
spine".
Nettamente
negativa fu invece la valutazione fatta dall'arcivescovo di Milano
Carlo Borromeo che, visitandola e trovandola diruta, ne
decretava la totale demolizione dalle fondamenta, per erigere sul
posto una croce, secondo quanto prescritto dal Concilio di Trento
(conclusosi nel 1563), con conseguente riutilizzo del materiale per
la manutenzione, ampliamento, abbellimento della chiesa parrocchiale
di San Giorgio. Fortunatamente non si seguì il consiglio di San
Carlo Borromeo, ma l'operazione di riutilizzo del materiale di
costruzione per la nuova parrocchiale, verrà effettivamente
intrapresa nel 1756.
Nel 1770 la
costruzione subì il primo intervento da radicale restauro, in quanto
essa fu adattata a uso cimiteriale, così come al presente la
vediamo. Dell'antica costruzione romanica, oggi rimangono le tre
absidi, la prima campata e una parte del muro perimetrale; la zona
presbiteriale è adibita a cappella, la restante a cimitero.
L'elegante zona triabsidale esterna è composta da esili colonne
collegate tra loro dal motivo tipico del Romanico lombardo della
serie di archetti pensili. Gli archetti, eseguiti in mattone,
poggiano su delle mensole in pietra; la superficie sopra le finestre
delle absidi minori è impreziosita dall'inserimento di una coppia di
testine umane. La decorazione scultorea interna interessa in modo
particolare i capitelli; essi sono diverse tra loro e seguono vari
stili. Murata sopra una semicolonna c'è un'urna funeraria romana
(forse del III-IV secolo) di marmo bianco (ritrovata nei campi
vicini in epoca passata) che ricorda la sepoltura di una bambina
prematuramente scomparsa in tenera età. Importanti documenti storici
sono anche le lapidi e le iscrizioni conservate al suo interno; essi
ricordano quelle autorità religiose e civiche che dall'Ottocento
hanno dato un contributo spirituale e civile a favore degli
abitanti.L'attuale decorazione pittorica absidale (recentemente
restaurata da Moretti) fu eseguita nel 1795 dai fratelli ticinesi
Vincenzo Angelo e Baldassarre Orelli. In essa sono raffigurati Santa
Giulia (la santa titolare della chiesa) e i santi protettori della
comunità bonatese (tra cui Sebastiano, patrono civico di Bonate
Sotto).
-
Crocifissione con i santi Giorgio e Giulia, angeli e anime
purganti, catino abside centrale - San Rocco, abside
sinistra Nella parte bassa dell'affresco si può leggere, con
difficoltà, la scritta: "Opera Fatta Dalli Fratelli Orelli
Vincenzo Angelo e Bald.sare nel 1795". - San
Sebastiano, abside destra
Al di sotto
dell'affresco, al limite esterno del catino, si riscontrano tracce
di un dipinto di un rosso scuro e verde, che maggiormente si
evidenziano togliendo la calce (forse utilizzata per coprire le
pareti interne al termine di una pestilenza per le sue supposte
proprietà disinfettanti). Molto probabilmente testimonia la presenza
nella parte absidale di affreschi anteriori al Cinquecento (durante
questo secolo la chiesa era già diroccata).
Nel 1887 fu realizzato il
campaniletto posto sulla parte sinistra del tetto. Durante i
restauri (conclusi nel 1991) è stato però demolito in quanto non in
linea artistica con le strutture architettoniche romaniche della
chiesa. Nella cella campanaria era situata la Campana di Santa
Giulia. Essa è in bronzo, ha un diametro di 56 cm, e un'altezza di
60. In rilievo sulla prima fascia in alto si trova l'iscrizione:
"S. JULIA ORA PRONOBIS"; sotto, nella parte centrale, vi
un'altra fascia con motivi floreali. Le figure in rilievo sono
distribuite su quattro parti: - Santa Giulia con la palma del
martirio, e sotto l'iscrizione "ANT. MONZANI
1887" - Fanciullo con l'angelo custode L'angelo
indica, con la mano destra, il cielo; al di sotto della
raffigurazione vi è un motivo floreale a forma di cespuglio. -
San Rocco col bastone e il cane, e sotto Cristo
crocifisso - Sant'Anna e Maria fanciulla Maria
siede a fianco della madre; sopra il capo della giovane Maria si
trova la colomba dello Spirito Santo; al di sotto del rilievo un
motivo floreale a forma di cespuglio.
Questo edificio sacro riveste una
grande importanza nella storia e nella vita della comunità; ad essa
sono legate ricordi di sofferenze e di morte, di diverse generazioni
di bonatesi, non solo perchè nelle adiacenze sono sorti vari
cimiteri comunali, ma perchè nel suo interno furono sepolte
centinaia di bonatesi morti durante la peste del 1630, per cui al
culto a Santa Giulia, titolare della basilica, è abbinato al culto e
al ricordo dei
morti.
ALTRE FOTO E NOTIZIE
IN
http://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_Santa_Giulia |
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Absidi |
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Capitelli |
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Catino
abside centrale |
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Catino
abside destra |
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Catino
abside sinistra |
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lato
ovest |
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L'ex Chiesa
di San Giuliano |
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In epoca longobarda venne fondato, nell’attuale via
Villa, un Monastero benedettino femminile, spesso erroneamente
chiamato di Santa Giulia per confusione con l'antica basilica avente
questa denominazione. Al suo interno venne realizzata, nel corso del
VIII secolo, la chiesa di San Giuliano; nel XII secolo verrà
completamente ricostruita in forme romaniche. Le vicende del
monastero si intrecciano con quelle politiche e territoriali della
Bergamo medievale. La sua esistenza è documentata per la prima volta
nel testamento redatto nel 774 dal nobile longobardo Taidone; esso
fu donato, insieme con altre proprietà, alla Chiesa di Bergamo. Nel
1313 il complesso conventuale venne unito al Monastero di San
Giorgio di Spino a Bergamo e successivamente a quello di Santa Maria
Novella, pure di Bergamo, con cui finì per fondersi durante il
Quattrocento. Da questa unione sorse in seguito il monastero di San
Benedetto di Bergamo. Molti erano i possedimenti terrieri gestiti
direttamente dal convento bonatese nel territorio locale fino al
Settecento. La chiesa di San Giuliano, i fabbricati e i terreni
furono di proprietà del monastero sino alla soppressione dei
conventi e al passaggio alla Repubblica Cisalpina nel 1789. Dopo
tale soppressione, la costruzione fu adibita a diversi usi; malgrado
ciò, si è mantenuta integra l'intera zona presbiteriale e una parete
laterale. Agli inizi del Novecento i resti del complesso vennero
incorporati in un cascinale di proprietà privata.
DESCRIZIONE SINTETICA
Dell’intero monastero sono sopravvissuti solo una parte della zona
absidale e parte della delimitazione perimetrale sinistra. La chiesa
era ad impianto basilicale, probabilmente a tre navate, senza
transetto. È possibile che le tre navate terminassero in tre absidi
(una maggiore centrale e due minori laterali). Pochissimi sono per
ora i dati certi relativi all’organizzazione spaziale interna; la
creazione di nuove pareti e solai e la sua suddivisione in spazi
minori, ne ha reso impossibile una sua lettura. L’involucro esterno,
malgrado le gravi perdite e sostituzioni/integrazioni verificatesi
nel tempo, è ancora abbastanza riconoscibile. Dell’absidiola
superstite (o dell’unica abside se la chiesa era a navata unica) si
può notare la presenza di pilastri polistili con capitelli
originali, e una sequenza di archetti pensili, tipici del Romanico
lombardo. Si tratta di elementi architettonici e decorativi di
grande interesse storico-artistico. La targa ancora esistente sulla
parete absidale data la chiesa all'VIII secolo; da recenti analisi
stratigrafiche si è invece potuto appurare che essi appartengono
alla ricostruzione effettuata nel XII secolo. Per quanto riguarda la
delimitazione è possibile constatare la presenza di tracce dei
contrafforti, mentre il tessuto murario portante è in pietra a spina
di pesce. La sua datazione precoce e le sue origini altomedievali,
ne fanno uno dei reperti archeologici più importanti del paese.
Appunti a cura del prof. Pierluigi Arsuffi,
docente di Storia dell'Arte presso il Liceo Classico Weil, Treviglio
(Bg) |
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L' ex Chiesa di San
Giuliano |
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Nel
mese di dicembre del 1998 l'Amministrazione Comunale ha incaricato
l'Arch.Luca Gelmini per l'effettuazione di uno studio di fattibilità
per la valorizzazione architettonica dell'ex Chiesa di San Giuliano e
la riqualificazione del circostante contesto urbano. |
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Visualizza l'articolo sull'ex Chiesa di
S.Giuliano pubblicato sul notiziario comunale dell'arch.Luca Gelmini |
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Palazzo
del Comune |
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Costruito
su progetto di Farina subito dopo l'Unità d'Italia (1861), venne
ultimato nel 1862, e inaugurato nel 1863. In origine, sul fondo del
vertice triangolare alla sommità della facciata, dove ora è dipinto
lo stemma comunale, vi era dipinto lo stemma reale con l'iscrizione
"Casa eretta ai bisogni del Comune nell'anno 1862 - Dedicata a
Vittorio Emanuele II - Ottimo principe - Soldato intrepido - Monarca
reale - Per la grazia di Dio e volontà della Nazione, re
d'Italia". Esternamente mantiene la facciata neoclassica in
stile neopalladiano. Inizialmente era sede degli Uffici comunali,
della Guardia nazionale e delle Scuole elementari. È stato
completamente restaurato e ristrutturato internamente nel 1968;
nuovi lavori riguardanti interno e esterno furono realizzati nel
1984.
Visualizza
l'immagine dello stemma,
del gonfalone e il
testo del decreto di concessione. |
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Chiesa
parrocchiale del Sacro
Cuore di Gesù |
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Chiesa progettata dall'architetto
Virginio Muzio; alla sua morte (avvenuta nel 1904), il progetto
iniziale venne ripreso e modificato dall’ingegner Elia Fornoni. Nel
1908 veniva posta la prima pietra. Le pietre usate per la
costruzione furono prelevate dalle cave di Mapello. L’edificio fu
ultimato e aperto al culto nel 1916, ma venne consacrato nel 1927 e
dedicata al Sacro Cuore di Gesù.
ESTERNO
Si
tratta di una gigantesca costruzione in stile neogotico (tipica
espressione dell'architettura eclettica del primo Novecento
italiano) a tre navate e breve transetto. La facciata è del tipo a
salienti; è divisa in tre parti da pilastri terminanti in pinnacoli.
La larghezza e l’altezza delle tre parti corrispondono, in termini
dimensionali, alla larghezza e all’altezza delle tre navate interne.
I tre portali sono tipicamente gotici, con archi a sesto acuto e
brevi strombature. Al di sopra del portale centrale è presente il
rosone. Malgrado l’edificio sia in stile gotico, le decorazioni sono
ridotte al minimo; solo al di sotto del profilo superiore si
sviluppa una sequenza di archetti pensili. Nel suo insieme l’esterno
si presente compatto, sobrio e chiaramente leggibile. All’incrocio
dei bracci della croce si innalza, al di sopra di un aereo tiburio
ottagonale, la cupola.
INTERNO
La navata
centrale è scandita da sei larghe campate. Lungo le pareti delle
navate si affacciano cinque cappelle. Le navate laterali terminano
in due ampie cappelle a pianta rettangolare. Il braccio maggiore
dell’impianto a croce latina è coperto con volte a crociera
poggianti su agili colonne in marmo di Verona e basamenti in
botticino. All’incrocio tra la navata maggiore e il transetto si
innalza un’alta cupola nei cui pennacchi sono i Quattro
Evangelisti, affrescati da Servalli. L’area presbiteriale,
divisa dal resto dell’interno da alcuni gradini, è estremamente
sviluppata in profondità. Essa è stata ristrutturata nel 1970, con
l'inserimento del nuovo altare e del nuovo ambone; ciò ha comportato
lo spostamento del precedente altare nella Cappella della Madonna.
Il coro in noce e acero con 19 medaglie intagliate da Coter fu
terminato nel 1944, su disegno dell'ingegnere Fornoni (1936).
L’interno presenta una illuminazione omogenea; la luce (che secondo
la mentalità gotica allude alla presenza di Dio in terra) penetra da
diverse fonti: dal rosone della facciata, dai tondi posti lungo la
parti superiori della navata centrale e del transetto, dalle
finestre a lancetta del tiburio, dal lanternino della cupola.
DECORAZIONE
La
decorazione interna è composta dagli affreschi di Servalli (già
citati) e Bertuletti (Battesimo di Gesù, 1950); le
decorazioni murarie sono di Frana. Le vetrate sono opera dei
fratelli Taragni (realizzate su disegni del pittore Longaretti); con
il rosone, le due finestre dell'abside centrale (ora collocate nei
due transetti) furono eseguite da una ditta di Torino, specializzata
in vetrate artistiche legate a piombo e ottone con decorazioni
fissate a fuoco. Il Pulpito in legno è del 1884; nella parte interna
porta la scritta "Falegname e intagliatore Salvi Pietro di
Almenno S. Bartolomeo, 1884". Il gruppo scultoreo de
L'Addolorata col Cristo morto e San Giorgio di Critti, è del
1947. Ai lati del presbiterio c’è la sacrestia; essa conserva
numerosi e importanti dipinti del Seicento, tra la tela San Carlo
Borromeo in estasi, di autore ignoto.
Appunti a cura del prof. Pierluigi Arsuffi, docente di Storia
dell'Arte presso il Liceo Classico Weil, Treviglio (Bg)
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Fra le varie note informative
attinenti ad argomenti di natura storico-culturale locale, penso possa
risultare di qualche utilità un accenno, per grandi linee, all’Organo
a Canne presente nella Chiesa Parrocchiale del Sacro Cuore di Gesù.
Il
testo elaborato personalmente si rifà ad una esperienza diretta
dello strumento, nonché ad una decennale esperienza acquisita
dall’Arte Organaria in generale.
Federico Gianola
Leggi il testo
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San Carlo
Borromeo in estasi |
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È la pala d'altare
che originariamente era collocata in San Giorgio; ora è conservata
presso la sacrestia della Chiesa Parrocchiale. Raffigura l'arcivescovo
di Milano, Carlo Borromeo, in ginocchio in atteggiamento di estasi tra
due santi. In basso a destra è raffigurato un uomo in preghiera,
probabilmente il committente. La pala, sebbene priva di attribuzione,
rappresenta uno dei più interessanti prodotti anonimi dell’arte sacra
del Seicento bergamasco, sia per qualità pittorica che per
implicazioni sociali. L'elemento più caratterizzante è il veristico
ritratto del devoto, costruito con esattezza naturalistica e sicurezza
di presentazione. |
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COLLOCAZIONE
ORIGINARIA
In origine questa
tela era collocata sopra il terzo altare di sinistra, dedicato proprio
a san Carlo. Ancora oggi, in questa posizione, è murata una lapide in
marmo nero datata 1618, antecedente quindi alla fondazione della
chiesa stessa. Essa riporta un'iscrizione in latino così traducibile:
"A Pietro Faidetti di Bonate Sotto [Bonati Inferioris] -
Diocesi di
Bergamo
- Benemerito verso i suoi cittadini fin da quando visse a Roma
- Tornato finalmente in patria dotò a proprie spese un altare per
la celebrazione di una messa quotidiana, destinò una casa per la
pubblica istruzione dei ragazzi, eresse un nuovo altare a San Carlo
- la Patria memore dei singolari benefici dedica questo perpetuo
monumento - Anno del Signore 1618". L’altare, e di
conseguenza anche la pala, fu costruito proprio a spese di Faidetti.
La presenza del dipinto è citata anche nei documenti relativi alla
visita pastorale del 1659; in questa occasione si dichiara che
l’Altare di san Carlo (nel frattempo ridedicato alla Vergine del
Rosario) è stato "fatto fabbricare, et ornare di stucco, e parati
dal q.Sig.r Pietro Faideto con una ancona di noce quattro candelieri
con la sua croce d’ottone et scudi dieci entrata per mantenere una
messa come si può vedere nel libro di questa Comunità". |

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SOGGETTO
Il personaggio
principale del dipinto è Carlo Borromeo in ginocchio, in atteggiamento
di estasi. Il santo a sinistra, raffigurato mentre bacia il
crocifisso, con il saio francescano, è quasi sicuramente san Francesco
d'Assisi. A destra è una santa dalle vesti eleganti e la testa
incoronata, probabilmente Caterina d'Alessandria; mentre nella mano
destra tiene la palma del martirio, con l'altra raccoglie il
drappeggio entro cui si intravedono un libro, uno scettro e parte di
una ruota uncinata, strumento del suo martirio. Nel cielo aperto della
parte superiore, dal quale esce un raggio di luce, sono posti angeli
seduti sulle nubi. In basso a destra è raffigurato un uomo a mani
giunte con barba e baffi, in abbigliamento del primo Seicento. Come
era uso nella pittura della Controriforma del tardo Cinquecento, il
donatore veniva effigiato nel dipinto stesso. Proprio per questo
motivo è possibile che si tratti del ritratto del committente Pietro
Faidetti. |
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COMMITTENTE
Dalle fonti
originali è quasi certo si tratti di Pietro Faidetti. L’uomo,
bonatese, si era trasferito a Roma, non si sa con certezza per quali
motivazioni. È probabile che fosse un mercante. Lontano da casa, non
si dimenticò mai della sua terra, della sua comunità e della chiesa di
Bonate Sotto. Il lascito da lui fatto con il testamento prese la
denominazione di "legato Faidetti"; è un legato cosiddetto di
beneficenza perchè la volontà del testatore univa le sue richieste di
beni spirituali a quelle del bene verso gli altri. Il testamento fu
redatto a Roma, sotto la data del 7 maggio 1623 presso il notaio
Amedeo Petrucci. Non è pervenuto il testo o la copia dell'originale,
ma, da scritti e note riguardanti l'amministrazione del patrimonio
lasciato e dai versi riportati nella lapide, si può ricostruire quali
furono gli intendimenti con i quali fece testamento. Per lui erano
importanti non tanto la costruzione dell'Altare a san Carlo e la
celebrazione delle messe, quanto l'insegnamento della dottrina
cattolica, la fondazione di una scuola per i ragazzi del suo paese e
la dotazione annua di una somma di denaro da destinare a quattro
ragazze per il loro matrimonio. Nella tela il Faidetti è raffigurato a
mani giunte con barba e baffi, mentre si rivolge verso l’osservatore.
Del personaggi, più che la ricchezza esteriore, l’artista sembra voler
cogliere la verità umana, il carattere, lo stato d'animo, la
condizione sociale. Il ritratto rappresenta anche un notevole
documento circa l’abbigliamento della società mercantile e borghese
della Bergamo del primo Seicento. Per qualità artistica e,
soprattutto, per introspezione psicologica, questo volto è degno della
ritrattistica della migliore tradizione bergamasca da Lotto, a Moroni
fino al Ceresa. |
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SAN CARLO BORROMEO |
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Carlo Borromeo
(nato ad Arona nel 1538 e morto a Milano nel 1584) è considerato come
un secondo sant'Ambrogio per il fervido apostolato svolto nella
Diocesi di Milano. È uno dei santi più importanti della storia della
Chiesa e una delle figure chiave della Controriforma. Membro di nobile
famiglia, già nel 1560 ottenne la nomina a cardinale segretario di
Stato e arcivescovo di Milano dallo zio, papa Pio IV, di cui fu il
principale collaboratore nel Concilio tridentino, che egli stesso
contribuì in modo determinante a portare a termine, provvedendo poi a
rendere esecutive le sue deliberazioni. Proclamato vescovo a soli 25
anni, condusse un'esistenza dedita allo studio, alla penitenza, alla
preghiera e ai digiuni, ottenendo la cattedra vescovile di Milano nel
1565 Il suo influsso sulla pietà controriformistica fu notevole.
Applicò la Controriforma, curando il rinnovamento dei costumi
all'interno della Chiesa e venendo in conflitto con il Governatorato
spagnolo per la difesa dei diritti ecclesiastici. Scese in lotta,
spesso violenta, contro il Protestantesimo della Svizzera ticinese,
avvalendosi soprattutto dell'aiuto degli Ordini religiosi, in
particolar modo di quello gesuita. Si propose di risollevare
drasticamente il livello della moralità di chierici e laici,
organizzando seminari per formare i sacerdoti. Fu proprio lui ad
insistere affinché il papa attuasse severamente i decreti e le
disposizioni del Concilio di Trento.Esemplari la dedizione e il
coraggio di cui diede prova durante il drammatico momento della peste
del 1576-77. |
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San Carlo Borromeo |
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Debilitato nel
fisico (per anni si nutrì solo di pane ed acqua), si spense a soli 46
anni, pronunciando queste ultime parole "Guarda, Signore: sto
arrivando!". Beatificato a pochi anni dalla morte, è stato
canonizzato da Paolo V nel 1610. In campo artistico lo si riconosce da
vari attributi iconografici quali l'abito vescovile o cardinalizio, la
croce, il frustino o il teschio, che alludono alle sue pratiche di
penitenza e meditazione; per quanto riguarda il viso lo si riconosce
per il viso spigoloso ed il naso prominente. La sua figura, sintesi
mirabile del vescovo pastore della sua diocesi, ebbe una diffusione
capillare in particolare nell'arte lombarda durante il Seicento,
quando divenne quasi simbolo vero e proprio della gerarchia
ecclesiastica e del suo ruolo di mediatrice della salvezza. |
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SAN FRANCESCO |
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San Francesco è
raffigurato mentre stringe a sé la croce. Nella sua predicazione era
solito evocare ai fedeli le sofferenze del Dio uomo. Spesso ricordava
ai compagni come la preghiera dovesse essere una meditazione sulla
passione di Gesù e li invitava a pregare davanti al Crocifisso, che ne
era il simbolo. Addirittura consigliava ai suoi compagni di sostituire
i libri ecclesiastici con l'immagine di Gesù in croce, nel momento
dell’agonia, e di osservarlo attentamente per stabilire con lui una
concordanza affettiva e partecipare così più intensamente all'atto
della preghiera. Nel Medioevo, la contemplazione dell’immagine di
Cristo crocifisso, più che la descrizione evangelica, era capace di
suscitare emozioni e sentimenti in modo più diretto e intenso. San
Francesco è solitamente riconoscibile anche per altri attributi
iconografi, quali le stigmate, o il saio che indossa, stretto da una
cintura a tre nodi, simbolo dei voti di povertà, castità e obbedienza.
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San Francesco |
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SANTA CATERINA |
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La donna a destra di
san Carlo Borromeo è probabilmente Caterina d'Alessandria. Le vesti
eleganti e la corona sul capo indicano le sue origini principesche. Si
tratta infatti della figlia del re Costo, morta nel 307. Tra gli
episodi della sua vita si trova la conversione dei filosofi; ella,
infatti, riuscì a tener testa alle argomentazioni teologiche dei 15
filosofi pagani dell’imperatore Massenzio (che nel 312 verrà eliminato
da Costantino); per questo motivo la santa è considerata patrona della
cultura e della sapienza (da cui l’attributo iconografico del libro
che tiene sotto il braccio). Altro episodio molto importante della sua
vita è stato il matrimonio mistico con Cristo; pregando la Vergine,
Caterina ne vide l'apparizione e ottenne da Gesù (rappresentato
Bambino o a volte anche adulto) il consenso alle nozze mistiche con
lui. L’iconografia, molto diffusa nel tardo Medioevo, vedeva la Santa
inginocchiata davanti alla Madonna col Bambino che le porge l'anello
nuziale. L’anello che porta all’anulare della mano sinistra si
riferisce proprio a questo suo matrimonio mistico. La ruota uncinata
che si intravede sul bordo destro della tela, è lo strumento con cui
subì il martirio (a cui allude la palma che tiene nella destra) per
non aver abiurato il Cristianesimo. |
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Santa Caterina |
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INQUADRAMENTO STORICO/ARTISTICO |
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Al termine del Concilio di
Trento (1563) vennero promulgati vari Decreti in materia di verità
teologiche dottrinarie. Ve ne furono alcuni che trattavano specificamente il
ruolo delle immagini sacre, a cui si attribuiva una fondamentale importanza
in termini di propaganda della religione cattolica e di rilancio
dell'autorità della Chiesa di Roma, dopo il grave trauma dello scisma
protestante. Furono fissate regole e tipologie per le immagini di culto in
grado di suscitare un forte senso di devozione nei confronti dei santi.
L’ignoto autore di questa tela si rifà allo schema della Sacra
conversazione con devoto, elaborato da Moroni verso la metà del
Cinquecento. La produzione di pale sacre venne notevolmente accentuata,
nella Bergamasca, proprio a partire dagli anni Settanta del Cinquecento, nel
quadro della riorganizzazione della Diocesi bergamasca in vista della Visita
apostolica di Carlo Borromeo (1575). Questa tipologia, che in precedenza
godette di scarsa popolarità, venne dichiarata "decentes" da Carlo
Borromeo durante questa visita pastorale; ciò ne assicurò la fortuna lungo
tutto il Seicento. L'ignoto autore di questo dipinto, cattolico fervente,
attuò alla lettera le disposizioni conciliari che proprio Carlo Borromeo si
era impegnato a far conoscere in Lombardia. Seguendo questi rigorosi
dettami, creò questa tipica pala sacra dal carattere didattico-educativo e
in grado di coinvolgere emotivamente e visivamente il fedele. Seguendo quel
modello ha elaborato la composizione su due piani, diversi concettualmente e
cronologicamente: il primo, contemporaneo, rappresentato dal personaggio in
preghiera; il secondo, fuori del tempo, rappresentato dalla scena
sacra, che viene ad essere come la visualizzazione dei pensieri del devoto.
Il fedele, nel momento in cui osserva il dipinto, è come invitato a
rivolgere verso l'alto il proprio sguardo, dove è presente la scena che in
quel momento è vissuta interiormente dal committente in preghiera. È quindi
uno schema che presuppone una precisa concezione della religione, del
rapporto (tutto mentale) che si stabilisce tra il fedele e il soggetto sacro
(così come raccomandato anche nelle meditazioni ascetiche, negli Esercizi
Spirituali di sant’Ignazio da Loyola). In questo modo l’aspetto
spirituale eleva il devoto ad un atto di venerazione verso la figura
principale rappresentata. |
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COMPOSIZIONE |
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Anche questo dipinto, come
molti altri realizzati in questi primi decenni del Seicento nelle vallate
orobiche e nella bassa Bergamasca, è un tipico esempio di quel rigorismo
religioso che esclude programmaticamente dalla rappresentazione sacra
qualunque spunto profanamente piacevole, per aiutare la concentrazione del
fedele sui temi fondamentali di una religione evangelica (la povertà,
l’estasi, il dolore, il martirio). È quindi un quadro in cui viene
visualizzato quell'ideale di devozione e di culto che san Carlo Borromeo
proponeva. Tra le varie disposizioni indicate dalla Chiesa, il dipinto
riprende quelle inerenti il culto dei santi (san Francesco d’Assisi è uno
dei santi più prestigiosi del Cattolicesimo) e dei martiri (con allusione ai
rischi della predicazione tra gli infedeli). In osservanza alle
disposizioni conciliari, l’autore, per meglio comunicare al fedele gli
aspetti devozionali e didattici, ha adottato i criteri della chiarezza,
della semplicità e della compostezza decorativa. La scena è
tutta giocata sul legame devozionale che unisce i protagonisti, visti nella
piena e umile verità del povero saio francescano, e san Carlo (in realtà
immobilizzato in un'iconografia piuttosto stereotipata). Oltre all’estasi di
san Carlo, sono edificanti anche gli esempi di virtù cristiane comunicati da
san Francesco (che ha abbandonato ogni ricchezza materiale per l’aiuto del
prossimo) e di santa Caterina (martirizzata per difendere la propria fede).
Il decoro delle immagini imponeva che i personaggi e le storie in
esse raffigurate fossero rispettose del luogo sacro in cui venivano
esposte, rinunciando perciò ad ogni atteggiamento, espressione, costume o
posa che potessero apparire non decenti o contrarie alla morale cristiana
(ciò e visibile nell’austero costume indossato dal Faidetti). L'importanza
assegnata al committente ha precise implicazioni simboliche: intende
sottolineare l'importanza della meditazione interiore, del distacco dalle
cose terrene, della severità dei costumi. La parte più apprezzabile del
dipinto è quella relativa ai notevoli accenti realistici nella definizione
del personaggio in primo piano, in cui l’artista ha mostrato le sue capacità
di penetrare nell’animo umano. Posto di tre quarti, egli guarda bonariamente
dritto negli occhi del fedele; il suo gesto è un chiaro invito di
partecipazione alla preghiera e di meditazione nei confronti di ciò che è
rappresentato alle sue spalle. Nello sfondo, posto su un piano rialzato
rispetto a quello del devoto, è raffigurata l’estasi del santo.
L'avvenimento sacro è ambientato in un malinconico sfondo paesistico
tipicamente lombardo (su cui sembra gravare l'arrivo della pioggia). Lo
sfondo è costituito da montagne, case, alberi che fanno da cassa di
risonanza al patetismo dell'evento sacro. In alto al centro, secondo una
tipologia che scende da Raffaello a gran parte della pittura sacra del
Seicento, il cielo si apre facendo scendere sulla terra la luce divina. Dal
punto di vista cromatico sono state usate gamme di colore piuttosto cupe.
L’intera composizione ruota attorno a san Carlo, posto nel centro percettivo
del dipinto. La sua presenza è ulteriormente richiamata dall’ampio manto
rosso sericamente specchiante, da cui emerge il volto pallido e magro (del
tutto simile a quelli realizzati pochi anni primi a Milano dal Cerano nei
Fatti della vita del Beato Carlo, 1602-04, e nei Miracoli di san
Carlo, 1610ca; ne La cena di san Carlo di Crespi; nel San
Carlo Borromeo comunica gli appestati, 1616, di Tanzio da Varallo, a
conferma delle profonde conoscenze nell’ambito della Controriforma lombarda
dell’ignoto artista). La candida e sottile veste sottostante serve a dar
luce e ad accentuare ulteriormente il rosso del mantello superiore. Sebbene
di alta qualità pittorica, il dipinto ripete però una formula austera e
composta, senza enfasi o mania di grandezza, ormai convenzionale e fredda,
dove pietismo e devozione hanno, dal tardo Manierismo in poi, soffocato la
fantasia creatrice degli artisti, e posto in una posizione di retroguardia
la cultura artistica italiana.
Descrizione a cura di Pierluigi Arsuffi, docente di Storia dell'Arte presso
il Liceo Classico Weil di Treviglio Bg |
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Palazzo
Farina |
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Edificio posto in via Villa costruito
verso la fine del Settecento. Al suo interno contiene lo studio di
Giovanni Carnovali detto il Piccio (1804-1883), celebre pittore
lombardo dell'Ottocento, che fu spesso ospite dell'allora sindaco
Daniele Farina. Sulla facciata in via Villa, vi è murata una lapide
in marmo bianco che ricorda la permanenza in questa casa del
pittore. La lapide riporta la scritta: GIOVANNI CARNOVALI
DETTO IL PICCIO PITTORE INSIGNE DELL'OTTOCENTO TRASSE
ISPIRAZIONE AI SOGLI D'ARTE CHE GLI DIEDERO FAMA NELLA PACE
AGRESTE DI QUESTA CASA A LUI APERTA QUALE OSPITALE
DIMORA DALL'AMICO E MECENATE DANIELE
FARINA |
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Borgo
medievale di Mezzovate |
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Nucleo dalle origini medievali
composto da tori e case rurali, posto tra le vie Mezzovate e San
Lorenzo. I rustici hanno la tipica muratura a spina pesce regolare e
massiccia. Il termine Mezzovate, deriva probabilmente dal latino
mitius (da cui deriva il termine dialettale méss, cioè fradicio),
allusivo a un terreno molle, e dal suffisso at. Dalla fusione
mitius-at, si è ottenuto, italianizzando il termine,
Mezzovate. L'antichissima frazione è già citata in un documento
del 1114 e in uno del 1124. Sono visibili resti ben conservati di
una torre medievale. |
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Campanile
Parrocchiale |
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Il Campanile
parrocchiale (che sorge all'angolo tra via Santa Giulia e via
Trento) è una delle strutture più elevate dell'Isola. Di esso non si
conosce con esattezza l'anno di inizio dei lavori (forse 1745), ma
si sa che fu eretto col materiale sottratto alla chiesa di Santa
Giulia e da altri palazzi in demolizione (sul lato opposto alla
piazza è infatti murata una pietra con una scritta in latino
proveniente da un edificio privato); la lunetta che si trova sopra
la porta di accesso al campanile, è addirittura opera di uno
scultore medievale (forse proveniente da Santa Giulia). La decisione
di una nuova costruzione fu dettata probabilmente dalle cattive
condizioni della vecchia torre, o anche da tensioni campanilistiche
coi paesi limitrofi. Probabilmente non fu realizzato dalle
fondamenta, ma ingrandendo e inglobando un precedente campanile più
piccolo. Da un registro censuario del 1812 e da una delle tele
conservate in San Giorgio, è possibile affermare che prima del 1815
esisteva già a Bonate una torre campanaria. L'attuale costruzione fu
ultimata nel 1815 (come testimonia una incisione sulla fascia di
pietra collocata alla base della cella campanaria, tra due anfore,
visibile anche ad occhio nudo dalla piazza Duca d'Aosta). La
documentazione del tempo conferma inoltre che la costruzione avvenne
con materiale asportato dalla chiesa di Santa Giulia: le pietre
squadrate della chiesa, unite alle disastrose condizioni
dell'edificio di culto, furono ragioni sufficienti per soddisfare il
desiderio di avere un nuovo campanile. Nel 1843 fu sopraelevato con
la caratteristica cuspide in pietra a forma di guglia su progetto
dell'ingegnere Farina. Nella cella campanaria furono collocate
inizialmente cinque campane; la più grossa (dal peso di 1750 kg) fu
rifusa nel 1912; durante la II Guerra mondiale due campane furono
requisite; le attuali otto campane furono installate nel 1953. La
campana principale, la numero 8 detta il campanone, pesa 3200 kg ed
è dedicata al Sacro Cuore di Gesù; la numero 1 è dedicata agli
Angeli custodi, la 2 ai santi Rocco e Sebastiano, la 3 alle sante
Giulia e Agnese, la 4 ai santi Giuseppe e Luigi, la 5 ai Caduti in
guerra, la 6 a san Giorgio, la 7 alla
Madonna. |
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Campanile parrocchiale |
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